Un racconto prezioso che arriva da un tempo lontano. Lina, la protagonista, ripercorre per noi l’avventura e le emozioni di una delle sue 21 scalate sopra i 4.000 metri

 

PREMESSA

Dopo tanto tanto tempo, sfogliavo un giorno il libro dei miei ricordi di una vita alpinistica vissuta negli anni 50/60 del secolo scorso, vi trovai questa salita fra le tante altre

Una delle prime, una delle più ambite perchè si trattava della seconda cima delle Alpi. E' qui, nei giorni di bel tempo la vediamo in tutta la sua maestà: l'imponente mole del Monte Rosa.

 

Mi trovavo al Rifugio Vigevano al col d’Olen appunto sul Monte Rosa dal versante di Alagna. Era il 31 luglio 1957 e mentre ammiravo fantasticando tutte le cime, incontro un ragazzo di Trieste arrivato la sera prima. Quattro chiacchiere per conoscerci poi andiamo a far colazione. Appena terminato mi chiede, come fosse la cosa più semplice: “Andiamo a fare la Dufour?” (La Dufour è la cima più alta del Monte Rosa: 4603 m). Resto allibita, non so cosa rispondere, avrei bisogno ancora di un po’ di allenamento. Poi la tentazione è troppo forte e così accetto, forse un po’ incoscientemente. Cerchiamo una guida che troviamo in Aldo Viotti e nel giro di pochissimo, alle 9.30, partiamo.

Il tempo è meraviglioso, la guida si presenta subito ottima e così facilmente si arriva alla capanna Gnifetti. Un po’ di riposo, ci rifocilliamo, poi nel pomeriggio proseguiamo verso la capanna Margherita (4559 m) dove pernotteremo per essere già un po’ alti domani.

Oh! Quanto mi parve lunga e faticosa quella salita!

Quattro ore fra ghiaccio e neve sotto un sole cocente nonostante l’altezza, e su su, ma il colle del Lys non lo si raggiunge mai? Poi finalmente eccoci, e fra tutto quel candore di ghiacci e neve sulla nostra destra, molto più in alto, la capanna Margherita: di fronte la Zumstein e la Dufour, a sinistra in fondo, il Cervino e qui molto vicino Lyskamm e poi tante e tante altre cime.

Una breve sosta per ammirare l’incomparabile spettacolo e riprendere fiato e poi, purtroppo, una breve -ma sempre indesiderata quando si sa che poi si deve risalire- discesa, ma avanti, che si fa sera e la meta è ancora lontana. Il respiro si fa un po’ più breve dopo tutta quella salita e a quell’altitudini; ogni tanto Aldo si ferma a farci riprendere fiato, perché anche Lucio, il mio compagno ne ha bisogno e così alle 18 si mette piede sulla scaletta di ingresso alla Margherita!

Stupendo panorama di un’interminabile successione di vette e ghiacci e giù, lontane, le valli seguite poi da altri monti. Al tramonto, usciamo nel gelido vento a contemplare uno spettacolo che forse non potrò mai più vedere. Siamo a 4559 m. slm, il sole cala all’orizzonte e tutte le cime mandano riverberi di luce tingendo di rosso e il Cervino, sembra un lingua di fuoco protesa minacciosa verso il cielo. Poi d’un tratto i colori s’attenuano, passano al violetto, e rimane una tenue luce forse causata dal riflesso dei ghiacci. Non è possibile (almeno per le mie povere capacità) descrivere la meraviglia di quel tramonto ma esso si è però impresso in me e credo che non lo potrò dimenticare mai più.

Il freddo è intenso così si rientra in capanna per buttarci sulle nostre cuccette. Qui si pensa al domani e arriva qualche dubbio e forse un po’ di paura dovuta anche all’incognita e alla stanchezza, poi finalmente, arrivano il sonno e il riposo.

è l’alba. Indescrivibile lo spettacolo di luci e di colori: giù nelle valli banchi di nubi fanno immaginare un mare in tempesta da cui affiorano gli scogli delle varie cime e qui, sereno e sole preannunciano una bellissima giornata. Balziamo dalle cuccette, vorremmo una pellicola a colori (non esistevano ancora!) per imprimere quello che i nostri occhi vedono ma neppure il negativo riuscirebbe a riprodurre con fedeltà quelle innumerevoli tonalità.

E’ l’ora di partire, sono le 5.30, io ho un fortissimo mal di testa. Prendo un pastiglia e appena esco nel gelo dell’alba non ho più nulla. Calziamo i ramponi, ci leghiamo in cordata e inizia l’avventura.

Discesa sulla neve ghiacciata fino al colle, quindi attacchiamo la Punta Zumstein che collega la Dufour attraverso il colle del Papa. All’inizio il ghiaccio è vetrato e ripido; anche i ramponi non bastano, così Aldo intaglia gradini nel ghiaccio vivo. Io esito un po’ in quel primo tratto, non sono sicura, poi mi riprendo e quasi senza accorgermi eccoci sulla vetta Zumstein. Mi sento bene ora e posso finalmente fare affidamento sulle mie possibilità; poi c’è Aldo che ad ogni passaggio impegnativo mi ripete “brava, molto bene” così mi sento rincuorata e salgo con molta fiducia in lui.

Dalla vetta, discesa al colle del Papa e quindi si attacca prima la parete e poi la cresta della Dufour. Una placca di ghiaccio sta di fronte a noi fra altre pareti di roccia. Dei francesi che ci avevano preceduti la stanno superando. Lucio incredulo chiede dove stanno andando perché sembra impossibile il passaggio, ma Aldo risponde che quella è la via e che tra poco saremo anche noi lassù: ed eccoci infatti ai piedi della placca di ghiaccio. Aldo parte gradinando mentre noi attendiamo il nostro turno. Ora parto io e Aldo mi fa sicurezza con la corda. E’ meraviglioso!

Questa verticale lastra di ghiaccio ha sotto di sè forse centinaia di metri di strapiombo; i ramponi mordono solo con le punte nei gradini di ghiaccio mentre tutto il resto del piede è nel vuoto, però salgo sicura ed eccomi al fianco di Aldo. Ora tocca a Lucio che ci raggiunge bene. Si riparte; forse il punto più pericoloso è superato. Dobbiamo destreggiarci in equilibrio su quell’esile cresta di roccia e ghiaccio che a volte offre solo la larghezza di un piede e in un punto dobbiamo passare a cavalcioni di una roccia con ai lati due strapiombi: da una parte fino al ghiacciaio sottostante e dall’altra la nera piramide della punta Norden, bellissima, ma ormai più bassa di noi. Abbiamo ormai quasi raggiunto la vetta più alta del Monte Rosa 4603 m. Poco dopo, eccoci tutti e tre lassù!

Ci stringiamo la mano in un attimo di commozione prima di riuscire a formulare qualche parola. Solo il canto dei francesi. Silenzio, che i miei due amici rompono con un caloroso “Brava!”, “Grazie, bravi anche voi” non posso che rispondere io con la voce strozzata dall’emozione. Ci guardiamo intorno: quante cime, quanti ghiacciai si vedono da lassù? è tutto un susseguirsi di cime, di catene interminabili fino all’estremo orizzonte, solo il Monte Bianco lontano è di un centinaio di metri più alto. Possiamo ben dire che nessuno ci può guardare dall’alto, che più sù di noi c’è solo il cielo. Qualche foto nel sole più limpido con l’immensa gioia di questo sogno realizzato. Ma è tempo di scendere, qui non si può stare a lungo. Un ultimo sguardo, un ultimo grazie anche alla nostra cima che a noi si è donata nella sua veste migliore e una preghiera che sia ancora benigna nella discesa.

Iniziamo a scendere per la stessa via di salita. Solo sul ghiacciaio non torniamo alla Margherita ma direttamente alla Gnifetti. Breve sosta, poi via verso il col d’Olen dove si giunge nel pomeriggio.

Lina Giusti, nata nel Castello Visconti di San Vito il 05.11.1927

 

 Intervista alla sig.ra Lina Giusti a partire da 01:23:04

 

LE VETTE OLTRE I 3.000 METRI SCALATE DA LINA
VETTA METRI   NOTE
Pizzo Bernina 4.050    
Monte Bianco 4.810    
Punta Gnifetti 4.559   Monte Rosa - Scalata tre volte
Punta Dufour 4.663   Monte Rosa
Punta Zumstein 4.561   Monte Rosa
Punta Parrot 4.436   Monte Rosa
Punta Ludwigshone 4.248   Monte Rosa
Punta Balmenhorn 4.200   Monte Rosa - Scalata due volte
Piramide Vincent 4.215   Monte Rosa - Scalata due volte
Piramide Giordani 4.055   Scalata due volte
Liskamm 4.538    
Castore 200 4.000   Monte Rosa
Cervino 4.478    
Gran Paradiso 4.061    
Barcithar 4.171    
Gran Torasse 4.206    
Punta Vittoria 3.435   Monte Rosa - Scalata due volte
Corno Barro 3.028    
Passo Liskamm 3.607    
Stolemberg 3.162    
Etna 3.350    
Marmolada 3.340    
Monte Disgrazia 3.678    
Monte Leone 3.554